La tradizione islamica della Cavalleria Spirituale (Futuwwa) nelle corporazioni di mestiere ottomane

            Generosità, coraggio, onestà, umiltà: queste sono solo alcune delle più importanti qualità richieste agli aderenti alla futuwwa, la tradizione islamica della “cavalleria spirituale”, un codice di condotta onorevole strettamente collegato ai metodi iniziatici e agli insegnamenti del tasawwuf. La futuwwa, presente, durante il Medio Evo, sotto diverse forme in tutto il mondo Islamico (dar al-islam), vedeva l’affiliazione di un giovane uomo conosciuto con il termine arabo di fata (pl. fityan), il cui significato letterale è “giovinezza” e sottende alle nobili qualità potenzialmente possedute da ogni giovane. Solo attraverso la giusta guida ricevuta nelle organizzazioni della futuwwa, il giovane poteva realizzare questo potenziale. I membri della cavalleria spirituale aspiravano al comportamento esemplare dell’Uomo Perfetto (Insan al-Kamil), cioè quello del Profeta Muhammad (SAawS), dei dodici A’imma (sing. imam), primo fra tutti l’Imam Ali (AS), e degli Intimi d’Iddio (AwliyuLlah) volgarmente detti santi. La caratteristica principale di questo comportamento ‘perfetto’ è il completo e assoluto disinteresse. Un seguace della futuwwa aspira a perdere il suo ego e a compiere in maniera disinteressata tutte le azioni nei confronti degli altri membri dell’organizzazione e del mondo. Ciò si manifesta nella dimostrazione di generosità illimitata, virtù fondamentale nella futuwwa e quella dalla quale molte altre derivano e dipendono. È inclusa la generosità di beni materiali: da un affiliato alla futuwwa ci si aspetta non solo della beneficenza verso tutti coloro che necessitano di aiuto, ma anche di dispensare liberamente dei suoi beni sino al punto di non avere nulla per sé. Un membro della futuwwa deve serbare la stessa ospitalità sia nei confronti dei suoi compagni che degli estranei e dovrebbe sempre ambire ad invitare persone nella propria casa per condividere il pasto con loro, sia esso abbondante o no. Cosa ancora più importante è che la generosità nella futuwwa è anche generosità di mente e di carattere: si è tolleranti verso le colpe delle altre persone (ma, al contrario, duri verso le proprie), perdona le offese altrui e non è mai vendicativo, augura il meglio ai suoi compagni e non è mai invidioso.

            La futuwwa emerge come insieme organizzato all’inizio del XIII secolo quando riceve un riconoscimento ufficiale dal Califfo Abbaside An-Nasir li-Din Allah (1181-1223). Questi diede inizio allo sviluppo formale delle regole di condotta in conformità alle tradizioni del tasawwuf e alla codifica scritta di aspetti riguardanti l’iniziazione all’interno dell’organizzazione o l’avanzamento lungo la Via Iniziatica da un grado a quello successivo. Durante questo periodo le fratellanze basate sulla futuwwa instaurroano profondi legami con le confraternite (turuq – sing. tariqa) di differenti ordini iniziatici del tasawwuf.

            Sebbene le organizzazioni riconosciute dal Califfo An-Nasir fossero per la maggior parte a carattere guerriero e quindi ordini militari, c’era un altro gruppo che era stato associato alla cavalleria spirituale sin dal suo inizio e nel quale, durante gli anni, la futuwwa era diventata l’eredità spirituale principale. Questo gruppo era costituito da artigiani. Così come nell’ambito militare esistevano dei codici d’onore (muruwwa) precedenti alla rivelazione coranica condivisi da nobili guerriri (tale l’organizzazione di origine abramitica di cui Hazrat Hamza (AS) era a capo alla Mecca, la quale provvedeva alla difesa e alla manutenzione della Santa Kaaba) che rendevano possibile l’assimilazione della futuwwa, anche l’ambiente dell’artigianato possedeva quegli elementi che rendevano fertile il terreno su cui si sarebbero sviluppate le organizzazioni iniziatiche, come, ad esempio, un onorevole modo di condurre lo stile di vita, una giusta condotta nei rapporti d’affari  e l’elemento dell’iniziazione all’interno della maestranza come conferma la ben nota espressione: “segreti del commercio e di mestiere”. In questo modo, sebbene il periodo che seguì il sacco di Baghdad ad opera dei Mongoli nel 1258 (che sancì la fine del califfato degli Abbasidi e con esso la fine dell’era islamica classica) fu testimone del declino della futuwwa nelle organizzazioni militari, lontano dallo scomparire, la tradizione fu portata avanti ed in alcuni casi completamente rinnovata dalle corporazioni artigiane.

            Una di queste era la fratellanza anatolica degli Akhis, formatasi nel XIV secolo, la quale sarebbe presto diventata il cuore dell’emergente Impero Ottomano. Gli Akhis erano giovani artigiani organizzati in gilde, le quali fornivano una struttura sia per la loro vita professionale che per la loro vita privata. Secondo il vero spirito della futuwwa, si era tenuti a dividere i propri guadagni, cibo e oggetti con i fratelli. La loro vita comune e le attività erano concentrate attorno ai loro alloggi – i quali formavano una dergah – che servivano non solo come luoghi privati per riunioni di gruppo, pranzi ed esercizi spirituali, ma fornivano anche vitto e alloggio per i poveri e i forestieri in viaggio attraverso le città, ragione per cui divennero famosi nella loro impareggiabile ospitalità. Ben nota la descrizione di questa ospitalità data dal famoso Ibn Battuta (1304-1377). Questa è la descrizione che diede degli Akhis presso i quali alloggiò: “in nessun luogo al mondo troverete qualcuno da comparare a loro in attenzione per gli stranieri e in ardore nel servire il cibo e soddisfare i voleri…[Loro] lavorano durante il giorno per guadagnarsi da vivere, e dopo la preghiera pomeridiana portano i loro guadagni collettivi; con questi, loro comprano frutta, cibo, e altre cose di cui c’è bisogno per il consumo degli ospiti. Se, durante quel giorno, un viandante si ferma in città, gli offrono un alloggio insieme a loro e rimane con loro sino alla sua partenza. In nessun altro luogo al mondo ho visto uomini più cavallereschi in condotta di loro.” Nel corso del XV secolo, le associazioni degli Akhis scomparvero gradualmente e con l’espansione e il conseguente consolidamento dell’Impero Ottomano vennero rimpiazzate dall’organizzazione centralizzata delle corporazioni commerciali Ottomane. L’eredità degli Akhis, che costituiva il legame tra la futuwwa del periodo classico islamico e quello nell’Impero Ottomano, comunque, continuò a sopravvivere giungendo fino ad oggi.

            Verso il 1463, insieme agli artigiani, le leggi ottomane riconobbero le corporazioni come organizzazioni commerciali e con esse l’antica tradizione della cavalleria spirituale lasciata in eredità dagli Akhis. Tutti i maggiori artigiani avevano così le proprie associazioni commerciali mentre i più piccoli appartenevano ad una corporazione più grande, come ad esempio, i produttori di sandali, che appartenevano alla gilda dei sellai. Le corporazioni, dovunque nell’Impero Ottomano, erano sostanzialmente indipendenti e autogestite, proteggevano le loro rispettive attività e con esse gli interessi dei loro membri dalle corporazioni esterne, incluse le autorità locali. Le gilde adempivano queste funzioni attraverso il loro sistema di amministrazione. I tre più alti funzionari delle corporazioni erano: il capo dell’associazione (kethuda) ed i suoi due assistenti (kalfabashi e yigitbashi), e insieme al maestro artigiano (ustabashi), il corriere (cavus), l’alfiere (bayraktar) e il recitatore di preghiere (duaci), formavano il consiglio della corporazione e convocavano l’assemblea della stessa.

            Sebbene ogni corporazione avesse i propri funzionari ufficiali, tutte erano in contatto sia tra di loro, sia con le altre sparse sul territorio dell’Impero Ottomano attraverso un ufficiale chiamato Akhi-Baba, che, come suggerisce il nome, era un’eredità delle corporazioni degli Akhis. Questi, essendo il responsabile spirituale delle corporazioni ottomane, incarnava la dimensione tradizionale e religiosa dell’organizzazione. La particolre posizione di Akhi-Baba era detenuta dai maestri (shuyukh, sing. shaykh) di una particolare confraternita della piccola città anatolica di Kirsehir, che era tradizionalmente legata agli artigiani conciatori ed era ritenuta da tutti, nell’Impero Ottamano, come il loro quartier generale. Questo è il motivo per cui originariamente questo ufficiale visionò solo la gilda dei conciatori e con il tempo fu accettato da tutti le gilde ottomane come la loro comune guida spirituale. L’Akhi-Baba portava avanti il suo ruolo attraverso i suoi rappresentanti, gli Akhi-Babas locali, e anche se questo era principalmente un ruolo religioso con lo scopo di assicurare l’osservanza, in ogni gilda, di tutti i costumi e i riti della futuwwa, gli Akhi-Babas erano spesso molto coinvolti nei problemi pratici delle gilde come l’elezione dei funzionari, dispute e il controllo della qualità dei prodotti. Venivano remunerati per il loro lavoro non con denaro ma con il diritto su una certa parte delle materie prime utilizzate dalla corporazione.

            Una delle funzioni pricipali delle gilde era di provvedere ad un sistema di educazione e insegnamento che assicurasse il preservarsi dei tradizionali metodi di produzione, e quindi dell’arte e di livelli di qualità costanti. A causa di ciò nessuno poteva divenire pienamente qualificato nel commercio e quindi non poteva possedere un negozio o lavorare in qualche luogo senza essere un membro della corporazione e aver superato tutte le prove necessarie a diventarlo. Questo è importante perchè indica che l’etica del lavoro e l’onorabilità della condotta potevano (e possono) essere insegnate solo in un contesto ben strutturato secondo la stretta osservanza di una guida, come parte essenziale dell’educazione degli artigiani. Quindi le gilde avevano tre gradi: apprendista, artigiano, maestro; esse seguivano regole strette e cerimonie precise riguardo all’iniziazione e al passaggio da un grado ad un altro. I codici di condotta adottati dagli artigiani erano basati sui requisiti della futuwwa e le regole e i riti delle gilde erano infatti quelle tradizionali della cavalleria spirituali, praticati da centinaia di anni.

            Mentre alcuni dei vecchi costumi osservati dalle gilde erano giunti attraverso la tradizione orale, le regole e i codici che governavano le singole corporazioni erano parte degli statuti delle gilde stesse. Prima di trattare del lato pratico delle leggi delle gilde, questi documenti molto spesso contenevano lunghe sezioni dedicate alla tradizione della futuwwa. Questo il motivo per cui molte di loro erano chiamate in ottomano futuvvetname (trattati sulla futuwwa), sulla scia dei più vecchi “libri sulla cavalleria” (kitab al-futuwwa), lavori classici che definivano i codici di condotta della futuwwa. Alcune volte sono anche chiamati secerenames o pirnames perchè contengono le catene di trasmissione iniziatica (ottomano: seçere, arabo: silsila) dello shaykh eponimo (pir) e guida spirituale principale dell’ordine della gilda, essendo, in molti casi, identico a quello della tariqa associata alla corporazione.

            Un trattato del sedicesimo secolo trovato nella Bosnia centrale descrive il processo di iniziazione di un giovane apprendista come artigiano. Il rito consiste di diversi passaggi e tutti devono essere seguiti prima che un apprendista possa essere ammesso nella gilda e possa essere istruito. Inizialmente lo shaykh descrive doveri e obblighi e prima di consegnare la chiave del negozio deve essere rassicurato sull’apprendista ovvero quest’ultimo deve convincerlo del suo impegno sincero. Ciò viene fatto attraverso una serie di prove e periodi di privazione. Il primo di questi era il perido dell’“abito di sacco”, consistente in tre giorni durante i quali, l’apprendista doveva vestire una maglia fatta peli intrecciati grossolanamente, che avrebbe causato un considerevole aumento del disagio e paragonabile alla pratica di vestire mantelli di lana grezza o di peli di cammello/capra in uso nel tasawwuf. Il secondo era il periodo di “castigo e repressione”, per sette giorni. Mentre il primo è un esercizio di modestia, il secondo lo è di umiltà e sottomissione. La terza prova era il periodo di “isolamento” o letteralmente il periodo in cui si è “scalzi e nudi” che dura quaranta giorni. Dopo queste tre strenue prove era il momento dell’acquisizione della maturità, che consiste nell’imparare le buone maniere, assieme ad una educata e rispettosa condotta. Durante questo periodo l’apprendista deve affinare i suoi modi imparando, per esempio, come portare acqua a qualcuno ovvero come tenere il bicchiere e come porgerlo, o come assumere una buona posizione tenendo le mani davanti alla sua persona in forma di rispetto. Questo iter, distintivo degli appartenenti alla futuwwa, alla fine giunge a trasformare il novizio in un perfetto fata e si conclude con l’iniziazione di mestiere. In questo modo egli può procedere con l’apprendistato e imparare l’arte per mille giorni, dopo i quali, nel milleunesimo giorno riceve il permesso di diventare artigiano.

            Questa iniziazione ha molti paralleli con quella che si pratica nelle turuq e quindi rivela la sua origine, essendo uno dei metodi del tasawwuf adottati dalla futuwwa durante il XIII secolo. Dimostra inoltre perchè gli artigiani, nell’Islam come in altre tradizioni, è sempre stato predisposto a sviluppare una dimensione spirituale, ciò che alla fine lo rende un veicolo adatto alla preservazione della tradizione cavalleresca. Quindi, l’iniziazione alla corporazione di mestiere, oltre che a rappresentare il cammino spirituale di un iniziato al tasawwuf, simboleggia il reale processo di assunzione di un artigiano. Di conseguenza, l’iniziato prima veste un vestito grezzo che rappresenta la materia prima. È poi sottomesso attraverso il rito della punizione, che corrisponde alla sottomisssione del materiale grezzo al fine di renderlo lavorabile. Il periodo di ritiro di quaranta giorni, che è quello piu lungo, corrisponde alla lavorazione finale del prodotto. Il prodotto è completo solo dopo i tocchi di rifinitura che corrispondono al periodo di maturazione. Questa corrispondenza di simboli non è sicuramente casuale e assicura la prova di quei legami tra artigiani e turuq prima citati: un iniziato si sforza di perfezionare la sua anima e la sua professione fornisce gli l’aiuto pratico lungo il difficile cammino. Ecco perchè gli Akhis rapresentano quindi l’apice dell’evoluzione spirituale nell’uso tradizionale dell’artigiano come simbolo del cammino iniziatico: anche se erano una fratellanza religiosa, tutti i loro membri dovevano essere impegnati come artigiani. Grazie a loro, la dimensione spirituale dell’artigianato durò ben oltre il momento i cui gli Akhis non esistevano più e venne preservata poi dalle gilde ottomane.

            La formazione di un futuro artigiano, durante il perioro di mille giorni di apprendistato, passava, oltre che per le mansioni del lavoro artigianale, il quale diveniva sempre più  duro, anche per una serie di umilissimi compiti nel negozio e nella casa dello shaykh. Doveva così dimostrare pazienza, obbedienza la sua volontà di imparare l’arte. Tutto questo avveniva attraverso il suo persistere nel condurre il lavoro senza preoccuparsi di quanto fossero difficili i problemi e senza demandarli ad altri. In più egli avrebbe dovuto dar prova di onestà e credibilità. Ecco perchè ogni volta che lo shaykh tentava il novizio lasciando una certa somma di denaro in qualche posto della bottega, egli avrebbe dovuto riconsegnarlo al maestro, confermando la sua onestà. Nel caso contrario sarebbe stato prima ripreso e punito e, in seguito, quando la stessa cosa fosse accaduta di nuovo, sarebbe stato cacciato e nessun altro avrebbe preso quel giovane, perdendo così ogni speranza di poter diventare un artigiano.

            Come già detto, imparare l’etica del lavoro e la condotta onorevole sia nella vita professionale che personale era una parte essenziale dell’educazione dell’artigiano e poteva essere appresa solo attraverso lo stretto metodo iniziatico di istruzione dato dalle gilde. Questo è il motivo per cui l’apprendistato includeva anche un altro importante tratto della tradizione della futuwwa ovvero imparare i codici segreti di iniziazione. Questi erano conosciuti come “simboli” (rumuz) ed erano utilizzati come modi di riconoscimento dei compagni artigiani in ogni luogo. Per esempio, se un maestro artigiano si muoveva in un’altra città veniva interrogato dai cinque anziani e doveva dimostrare di conoscere i cinque segni segreti. Quando gli anziani erano soddisfatti della sua conoscenza profonda dei segni e del fatto che fosse un artigiano pienamente iniziato, essi lo avrebbero accettato come membro del loro capitolo. Per un maestro, dovevano trovare una posizione di rilievo nella gilda e per un artigiano un impiego. Se, d’altro canto, una persona non conoscea i segni, oltre ad indicare che non era un appartenente alla ehl-i futuvvet, visto che i segni sono tenuti segreti ai profani, voleva dire che non aveva completato tutte le parti obbligatorie del percorso iniziatico e in quel caso era senza titolo per abbandonare la sua gilda originaria.

            Uno dei piu importanti riti della futuwwa era quello della “consegna della cintura (kemer) di Cavaliere” come simbolo dell’appartenenza alla cavalleria spirituale. Questo rito era stato fatto sul Profeta Muhammad (SAawS) dall’Arcangelo Gabriele (AS), e dal Profeta stesso sull’Imam Ali (AS), in quanto ideali di Perfezione Assoluta a cui tutti gli apprtenenti dovevano tendere. Questo rito gioca un ruolo cruciale in tutto il sistema delle gilde. Infatti nessun apprendista poteva diventare artigiano, come nessun artigiano poteva divenire maestro senza prima esservi stati ammessi attraverso la cerimonia della “cinturazione” (kushanma). Questa era uguale a quella che si svolgeva nella futuwwa con l’unica differenza che, in questo caso, la cintura era sostituita da un grembiule  assieme alla ricezione del permesso di esercitare l’arte e di alcuni consigli sulla loro condotta degli affari da parte del maestro e del rappresentante locale dell’Akhi-Baba, la cui approvazione e presenza a queste cermonie era uno dei più grandi doveri come responsabile dell’osservanza delle norme e delle regole stabilite nelle gilde.

            Spesso i riti venivano compiuti in campagna o in qulache grande giardino della città come quelli appartenenti alle confraternite a cui le varie corporazioni erano affiancate. Essendo delle importanti occasioni sociali, poiché aperte a tutti, era dovere dell’ospite quello di verificare che ogni persona ricevesse ospitalità e fosse servito cibo e da bene. In ciò vediamo un altro tratto essenziale della futuwwa, appunto il tradizionale e generoso condividere quel che si ha a beneficio di tutti, senza distinzione alcuna. Gli ospiti inoltre venivano intrattenuti con divertimenti vari, alcuni di questi anche stravaganti, la quantità e la qualità dei quali dipendevano ancora una volta dalla grandezza e dalla ricchezza della gilda ospitante.

            Vogliamo segnalare, infine, come in tutto l’Impero Ottomano, anche i contadini adottarono la tradizione della cavalleria spirituale nel loro lavoro e nella loro condotta. Dunque si attua un adattamento tradzionale dei codici e dei principi della futuwwa al contesto agricolo, dove il profeta Adamo (AS) è il patrono dei contadini, poiché, secondo una tradizione, all’atto della sua creazione da parte di Iddio, l’arcangelo Gabriele (AS) portò un chicco di grano e una coppia di buoi dal Paradiso e Iddio insegnò ad Adamo (AS) come coltivare la terra, facendo di lui il primo contadino.

            La metà del XIX secolo segna l’inizio della fine delle gilde, sulla scia del tanzimat, tutte quelle riforme moderne e occidentali che minarono le basi tradizionali dell’Impero Ottomano per il resto del secolo. Nel 1851 le gilde vennero private della loro autonomia, rendendo illegali le assemblee delle corporazioni e rilevando la guida delle stesse con impiegati statali. Nonostante ciò le gilde continuarono ad esistere e a conservare gran parte delle loro funzioni tradizionali fino alla fine dell’Impero Califfale. Con l’avvento del XX secolo la scomparsa delle corporazioni di mestiere, sostituiti i tradizionali metodi di produzione con i moderni e la figura dell’artigiano da quella dell’operaio che lavora in fabbrica, vede il riassorbimento della futuwwa e dei suoi metodi spirituali in poche turuq del mondo turco-balcanico, che ne garantiscono tuttora l’esistenza fino alla Fine dei Tempi, poiché se è vero che la forma muta e cambia, l’essenza della Cavalleria Spirituale persiste eternamente.

HU!

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